Gero Mannella Scheletri nell’Armadio
Ciao a tutti e benvenuti a questa nuovissima intervista di Bookness. Per me è veramente un grandissimo piacere avere dall’altra parte Gero Mannella.

Gero ha tante cose da dirci e qualche scheletro nell’armadio.

Ciao Gero, dicci chi sei e di che cosa ti occupi.

Ciao Emanuele. Di scheletri nell’armadio ne ho uno ed è il titolo del mio libro.

Mi occupo di cose sul fronte opposto a quello dell’umorismo, il genere di questo libro. Sono informatico quindi gravito nella sistematicità del pensiero, laddove l’umorismo che pratico è qualcosa di molto estemporaneo e giocherellone.

Sto qui perché il libro in questione era già uscito tre anni fa con un editore di buon nome ed aveva avuto ottime recensioni, di cui sono molto orgoglioso e sono riportate sul mio sito. Però, peccato che non l’abbia visto nessuno e questo è un po’ il limite della media e piccola editoria in Italia.

Il libro nasce come copione, una sceneggiatura di una slapstick comedy avendo avuto degli incontri con produzioni importanti, tanto che stava per diventare un film e poi, per delle sliding door esistenziali, non lo è più diventato.

È un libro che, secondo me, ha un impatto importante e quindi ho deciso di riprovarci con Self Publishing Vincente.

Il libro è stato ripubblicato da poco e le recensioni si sono riproposte molto positive e numerose; quindi, direi che le premesse sono più che buone.

Stavo leggendo la descrizione del tuo libro, e inizia così: “Mentre Jessica fa sesso con l’amante, arriva il marito Orazio. Lei gli corre incontro e lo porta fuori per consentire la fuga dell’amante. Costui invece, all’insaputa di lei, si nasconde nell’armadio rimanendo bloccato e morendo asfissiato.”

Già questa storia mi fa ridere di per sé e nel titolo, nella copertina del tuo libro ci sono delle descrizioni e anche degli indici. Questo è un romanzo al 70% umoristico, al 20% horror e al 10% acrilico.

Da dove nasce la passione per la scrittura di romanzi umoristici?

La passione per la scrittura umoristica parte del background di lettore e da ragazzo ho spaziato tra vari generi letterari, ma quello che mi ha intrigato di più è stato quello che faceva capo ad Achille Campanile, a Guareschi, al primo Benni e lo stesso Luttazzi.

E poi tutto l’excursus sugli equivalenti autori francesi e quelli che hanno incrociato, in qualche modo, Calvino, per esempio quella che faceva capo all’oulipo come Georges Perec e Raymond Queneau.

Autori che giocavano con la lingua e gli esercizi di stile di Queneau sono memorabili da questo punto di vista. Avevano un approccio giocoso alla descrizione di eventi e, spesso, il focus era più sul gioco linguistico che sulla narrazione della storia in sé.

In qualche modo, sono stato catturato da questo modo di narrare e ho cercato di riprodurlo. E questi scheletri sono il terzo capitolo di un percorso editoriale che aveva avuto inizio con due altri titoli che erano delle storie, delle raccolte di racconti. Questo è però il primo romanzo.

Sì, ho avuto la fortuna di leggerle.

Devo dire che, nel tuo testo, ho riscontrato un avvincente gioco linguistico unito a un racconto che prende; quindi, mi dà l’idea di un’opera completa per la sua capacità di intrattenimento.

Come c’è stata questa evoluzione dalla passione nei riguardi di questi scrittori, che sono abili giocolieri con la lingua, a quella di creare un romanzo che è strutturato e ti prende, nel suo insieme?

In effetti, questo romanzo, rispetto a quelli precedenti che muovevano più dal desiderio di giocare con la lingua, che di raccontare una storia compiuta e quindi racconti brevi, è diventato romanzo proprio perché in origine era un copione cinematografico di un lungometraggio.

In un momento di ispirazione particolare sono riuscito a metterlo insieme, concatenando un plot di cause e effetti che mi hanno dato riscontro, e si fa leggere tutto in un soffio. Quindi confido anche che, un giorno, diventi un film.

Però vorrei partire da un buon riscontro come romanzo e sono soddisfatto di questo esordio da self publisher, perché ho visto quattro stelle e mezzo di valutazione su Amazon e già una trentina di belle recensioni entusiaste.

È un buon starting point

Assolutamente. Gero, ora ti faccio una domanda un po’ delicata, rispondimi nei termini in cui puoi.

Questo libro stava per diventare un film, cosa è successo che ha creato l’ostacolo che non ha permesso la realizzazione cinematografica?

Sono stato finalista al premio Solinas che, per sceneggiatori esordienti, è un banco di prova importante. Abbiamo avuto questi engagement con produzioni di primo livello che facevano capo ai Vanzina, a Sky Fiction. Investire una cifra importante come un milione di euro, perché per produrre un film si parla di queste cifre, su un parvenu è una grande scommessa.

E per quanto si sia entusiasti e si ritenga quella proposta inedita e originale per il panorama italiano, in un ambiente conservativo come quello della cinematografia che fa molto leva sull’Italia italian comedy e non va oltre questa dimensione, alla fine non è approdata alla produzione.

Faccio dei nomi, ad esempio, di chi ha investito su questo genere, slapstick comedy: negli Stati Uniti ha fatto capo ai fratelli Marx, al primo Woody Allen, a Mel Brooks e, in Inghilterra ai Monty Python, e in Italia ha avuto un solo trascorso che si chiamava Fantozzi, un successo epocale.

Alla fine, questa produzione non si è concretizzata, gli entusiasmi, intorno a questo progetto, si sono un po’ fermati. La crisi del cinema, la crisi delle sale ci ha messo il suo. Per me è stata un po’ una doccia fredda, addirittura si parlava di casting, però la consapevolezza di aver scritto un romanzo con una storia forte, avvincente, mi ha portato a pensare di pubblicare il libro e vedere che effetto fa.

La pista cinematografica poi è sempre percorribile.

Stavo ridendo leggendo la tua biografia:

Gero Mannella, nel 90, finalista al Premio Calvino. Alla premiazione siede in seconda fila, dietro a Norberto Bobbio, rimane soggiogato dai suoi enormi padiglioni auricolari. Prova a misurarli con una penna ma il suo gesto viene interpretato come un’alzata di mano e, dal palco, gli fanno “prego”. Il Mannella, sorpreso, fa scena muta e questo gli vale la sconfitta.

È tutto vero: aveva dei padiglioni auricolari enormi.
Sei stato finalista al Premio Calvino però.
Sono stato finalista al Premio Calvino nel 1997 con un romanzo che poi è rimasto inedito, ma che mi ha dato l’ispirazione.

Era un romanzo molto avanti, forse anche fin troppo sperimentale, però mi ha dato l’ispirazione per fare poi Gli scheletri, perché una parte di quel plot è stato riversato in quest’ultimo.

Gli scheletri nell’armadio, romanzo umoristico di altissimo livello, si legge in pochissimo tempo, è fluido e la storia ti prende.

Gero, dove possiamo trovarti online?

Per ora su Amazon.

Gero, come ti sei trovato con Self Publishing Vincente?
Mi sono trovato benissimo.

So di avere a che fare con la persona più competente, in Italia, su questo argomento. Oltre che competente, anche molto partecipe, accorato, diciamo un amico. E lo staff non è da meno.

Spero che questo sodalizio vada avanti proficuamente e che il libro diventi un best seller assoluto mondiale.

Ecco, un’ultima riflessione su Oscar Smith.

Cosa potresti dirci?

Mi hai sgamato in una delle mie passioni: il basket è una pietra miliare della mia vita.

Oscar non era un personaggio fantastico da romanzo anche umoristico? Uno che prende la palla e tira sempre lui.

Forse era paradossale, insopportabile, ma era talmente esagerato che, alla fine, ti faceva ridere.

Sì, concentrava tutto il potenziale di attacco della squadra.

Era uno spettacolo vederlo tirare.

Grande Gero!

Ti voglio bene, a presto.
Un abbraccio.

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